La SS della porta accanto

auschwitz

Le foto simbolo della Shoah rappresentano sempre le vittime. Bambini coi pigiami a righe, prigionieri dietro al filo spinato, ammassi senza fine di cadaveri.

La foto sopra invece rappresenta i carnefici. Viene dall’album ricordo di Karl Höcker, aiutante dell’ultimo comandate di Auschwitz Richard Baer. Ritrovato nel 2006 dal United States Holocaust Memorial Museum, mostra i momenti di relax delle SS responsabili del campo di sterminio insieme alle Helferinnen, le segretarie e stenografe della burocrazia di Auschwitz, di rigorosa razza ariana perché le love story potessero nascere senza problemi.

Non fosse per le divise, sembrerebbero un gruppo di giovani di molti anni fa che si divertivano. In casa magari si hanno foto ingiallite molto simili. Eppure gli uomini ritratti, quando non si prendevano una giornata di riposo al Solahütte,erano impegnati a sterminare con tutta l’efficienza possibile milioni di persone. Per citare episodi meno noti, tra di loro c’era anche Kurt Franz, che si era divertito a rendere il suo cane una macchina di morte che sbranava i prigionieri ad un suo preciso comando.

I numeri di quante fossero le SS impiegate nei campi di sterminio non sono chiari. L’ultimo dato sul totale degli iscritti alle SS nel 1944 dichiara 800mila persone, ma questo comprende sia il personale dei campi, sia le unità combattenti, sia semplici onorari e personale di servizio. Alcune stime parlano di 70mila addetti ai campi di sterminio. Di questi, meno di 2.000 sono stati processati nel dopo guerra.

Karl Höcker è stato processato soltanto nel 1965, dopo aver trascorso vent’anni dopo la guerra a fare il bancario. Sarebbe tornato a farlo già nel 1970, dopo un breve periodo in carcere. Anche Kurt Franz ha trascorso anni come cuoco prima di essere arrestato nel 1959 e condannato all’ergastolo. Come loro decine di migliaia di carnefici della Shoah si sono rifatti una vita normale dopo la guerra. Non avevano scritto in faccia di essere responsabili di un genocidio. Del resto, nemmeno erano nati appositamente per esserlo. Erano persone come tante, nel corso della loro vita sono stati compagni di scuola, vicini di casa, colleghi di lavoro, mariti, padri, amici. E, per scelta, genocidi.

È il lato che più mi spaventa di tutto l’Olocausto. Non il numero inconcepibile di vittime, oltre 15 milioni tra ebrei, romanì, omosessuali, disabili e slavi. Non le motivazioni dietro allo sterminio, un’ideologia per cui l’umanità andava divisa in razze di dominatori, dominati e non meritevoli di esistere. Non il suo principale responsabile, Adolf Hitler, un ometto con l’unica dote di un carisma mostruoso che vomitò sul mondo la rabbia per una vita infelice e fallimentare. Mi terrorizza che decine di migliaia di persone, prima e dopo indistinguibili dal resto, abbiano scelto con entusiasmo di parteciparvi. Mi terrorizza perché mi domando quante tra le persone che ho intorno nella vita di tutti i giorni, altrettanto indistinguibili dalla massa, potrebbero fare la stessa scelta, nelle giuste condizioni. Mi terrorizza perché credo di non poter rispondere alla stessa domanda rivolta a me stesso, finché sono in una vita e in una società troppo lontani dalla Germania di allora, al punto da rendermela incomprensibile.

Parafrasando Gaber su Berlusconi, ma stavolta con estrema serietà: “Non ho paura delle Schutzstaffel in sé, ho paura della Schutzstaffel in me”

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