EUtanasia, l’Europa alle prese con la buona morte

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Cleopatra morente, il suicidio assistito più famoso della storia – Guercino 1648

Il caso di Noa Pothoven, la diciassettenne olandese che il 2 giugno 2019 si è suicidata nella sua abitazione ad Arnhem, nei Paesi Bassi, ha riportato l’attenzione dei media internazionali sul tema (male) articolato dell’eutanasia. A cominciare dal concetto stesso di “eutanasia”, che viene dal greco antico dove alla lettera significa buona morte. Per chi si diletta di enigmistica eutanasie, al plurale, sono quei trattamenti volti a far sì che la morte sia tenue. Si tratta di un anagramma a scarto, ovvero imperfetto, come imperfetto è l’uso che di questa parola viene fatto sui giornali, dove viene spesso confusa col concetto di suicidio assistito, suo prossimo, o interpretata erroneamente come è accaduto per questo recente caso di cronaca.

La ragazza si è lasciata morire semplicemente smettendo di mangiare e bere, «una scelta drammatica, e tuttavia lecita anche per la legge italiana» dove il trattamento è fuori legge, osserva il costituzionalista Michele Ainis. La notizia è stata diffusa sulle prime pagine dei giornali italiani ed esteri ricorrendo in modo semplicistico all’uso della parola eutanasia, la stessa che l’Olanda, tra i primi Paesi a legalizzarla nel 2002, le aveva esplicitamente negato. «La domanda è stata rifiutata perché sono troppo giovane e avrei dovuto prima affrontare un percorso di recupero dal trauma psichico fino ad almeno 21 anni», aveva dichiarato la ragazza.

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In un articolo intitolato significativamente The euthanasia that wasn’t, “L’eutanasia che non c’era”, il quotidiano online Politico si interroga in modo diretto su cosa sia la procedura di eutanasia. «Alcuni potrebbero obiettare che sebbene la causa della morte di Pothoven non soddisfi la definizione tecnica di eutanasia, la decisione della sua famiglia di non intervenire potrebbe incontrare l’interpretazione che alcune persone danno di questa parola» argomenta la giornalista Naomi O’Leary. Poi continua: «È una questione molto controversa in ambito medico ed etico, le cui norme variano da Paese a Paese, ma la risposta è no». E conclude: «La verità è chiara: Pothoven ha cercato l’eutanasia ed è stata respinta».

Tuttavia lo stesso Papa Francesco, in una nota pubblicata su Twitter il 5 giugno, riferendosi al caso di Noa Pothoven ha dichiarato: «L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti». Sulla questione è intervenuto anche l’esponente dei Radicali Marco Cappato, che sempre su Twitter lo stesso giorno ha chiesto la smentita e le scuse di quanti avevano parlato di eutanasia riferendosi a Noa Pothoven.

Un po’ di chiarezza. Secondo la Società reale dei Paesi Bassi per la promozione della Medicina (Royal Dutch Medical Association), infatti, l’eutanasia viene definita come «cessazione attiva della vita su richiesta volontaria e ben informata da parte del paziente». Senza addentrarci in opposizioni terminologiche fuorvianti, possiamo però riferirci all’Enciclopedia Treccani nel definire l’eutanasia come una

«azione od omissione che, per sua natura e nelle intenzioni di chi agisce (eutanasia attiva) o si astiene dall’agire (eutanasia passiva), procura anticipatamente la morte di un malato allo scopo di alleviarne le sofferenze. In particolare, l’eutanasia va definita come l’uccisione di un soggetto consenziente, in grado di esprimere la volontà di morire, o nella forma del suicidio assistito (con l’aiuto del medico al quale si rivolge per la prescrizione di farmaci letali per l’autosomministrazione) o nella forma dell’eutanasia volontaria in senso stretto, con la richiesta al medico di essere soppresso nel presente o nel futuro».

L’Olanda, il primo Paese a legalizzare la morte indotta, è anche uno dei pochi al mondo a consentirla ai minorenni a partire dai 12 anni previo consenso dei genitori fino all’età di 16. Pur in modi diversi, l’eutanasia passiva è legale in quasi tutti i Paesi europei ad eccezione del Portogallo, dove tuttavia è previsto che un comitato etico decida di interrompere le cure nei casi più disperati, e in Irlanda e Italia, dove resta a tutt’oggi illegale.

Da noi il reato è quello di “omicidio del consenziente” e “istigazione o aiuto al suicidio”, come stabiliscono rispettivamente gli articoli 579 e 580 del codice penale risalente al 1930. «Un reato assurdo», commenta sul Venerdì di Repubblica Ainis, che lo considera un «residuo fascista dentro il nostro ordinamento antifascista». Perché «se ciascuno ha il diritto di lasciarsi morire interrompendo i trattamenti sanitari, allora non ha senso punire chi l’aiuta a realizzare il suo proposito, quando non può farcela da solo».

In Italia la confusione non è soltanto terminologica o istituzionale, ma anche politica. Sul tema, infatti, il governo Conte non potrebbe essere più diviso, coi 5 Stelle fortemente a favore e la Lega che vorrebbe fare un passo indietro anche rispetto al Dat, le dichiarazioni anticipate di trattamento. Stando a quanto riferisce Repubblica, la Corte Costituzionale ha dato tempo al parlamento fino a settembre per legiferare, altrimenti sarà la corte stessa che cercherà di riempire quello che, a dieci anni dal caso Englaro, è un buco nero nel nostro ordinamento giuridico.

 

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